S. m. [lat. odor -oris, affine a olere]
Avete mai pensato ai “vantaggi collaterali” nell’uso della mascherina? Voglio dire, al di là della loro principale funzione di protezione contro il virus, ci sono contesti in cui indossare la mascherina può tornare utile anche per altri scopi? La mia risposta è sì! Ad esempio, in inverno può sostituire la sciarpa. Oppure quando bisogna tossire non serve mettersi la mano davanti. Oppure in un bagno pubblico maleodorante permette di attenuare il fastidio. Oppure ancora, non serve sforzarsi di sorridere alle battute che non fanno ridere, perché tanto non si nota…
Con l’arrivo della bella stagione però, quando le restrizioni sull’uso della mascherina sono state allentate, mi sono accorto del fatto che, oltre a portare questi vantaggi “fondamentali”, la mascherina mi aveva privato di qualcos’altro: gli odori. Quelli buoni, intendo. Per mesi non ci avevo neanche fatto caso; ma quando improvvisamente gli odori ritornano, li senti più chiaramente di come li sentivi prima, come se nel frattempo si fosse affinata la sensibilità. E allora cominci a farti incantare dall’odore degli alberi, l’odore della pelle, l’odore della pioggia, l’odore dell’aria condizionata in treno; sì beh, quest’ultimo non è proprio il massimo, e si sente anche con la mascherina, ma con la nuova sensibilità anche lui diventa a suo modo “affascinante”.
Credo che anche la musica nelle esecuzioni dei pianisti dovrebbe profumare; ogni dettaglio armonico o melodico, ogni carattere, dovrebbero essere trasmessi chiaramente all’ascoltatore. Come? Prima di tutto l’esecutore dovrebbe “sentirli”; poi si può agire attraverso le piccole nuance e i colori dinamici; si può mettere in scena un gioco di seduzione dell’ascoltatore. Non è assolutamente facile, però sono proprio questi i mezzi di cui il musicista si dovrebbe servire per rendere personale un’esecuzione. Il testo va lasciato così com’è; modificarlo a proprio vantaggio significa barare.
