S. m. [dal lat. tardo scandălum, gr. σκάνδαλον «ostacolo, inciampo, insidia»]
Recentemente mi è capitato di sentire per gli auguri di compleanno un vecchio amico dell’università. Con l’occasione mi ha raccontato del suo nuovo lavoro in un’importante azienda di elettronica, di quanto gli piaccia, ma anche di quanto… Venga sostanzialmente sfruttato. L’ho sentito amareggiato, soprattutto perché, come mi diceva, l’azienda non ha alcun problema di tipo economico tale da giustificare un simile comportamento.
Questa conversazione mi ha fatto venire in mente un evento organizzato dall’università di Padova durante il mio ultimo anno di studi di ingegneria. A questo evento avevano partecipato i portavoce di alcune importanti aziende nel settore dell’automazione, che erano interessate a nuove assunzioni di laureati; erano presenti centinaia di studenti. L’atmosfera era carica di efficienza, dedizione, professionalità e competitività.
Di tutte le presentazioni quella che mi ha colpito maggiormente e che, a distanza di diversi anni, ricordo ancora bene è stata quella di un rappresentante di una ditta che non conoscevo, forse austriaca. Ancora oggi non mi è chiaro se le sue parole fossero finalizzate ad attirare nuovi laureati o ad allontanarli… Diceva che nella sua azienda è ammesso solo il meglio, bisogna lavorare sodo, anche giorno e notte se necessario, i capi ti mettono a dura prova, e se non sei abbastanza forte ti ritrovi a piangere e sconsolato abbandoni il lavoro; se invece resisti, la soddisfazione è grande. Insomma, quasi una rivelazione profetica. Beh, ho pensato, se devo impazzire per lavorare in un’azienda come questa, tanto vale che il lavoro lo perda subito o nemmeno lo cominci. Mi sono domandato cosa avrebbe pensato chi nel passato si è battuto per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro alle canoniche otto ore giornaliere.
Il fatto però che questo personaggio sia stato ampiamente applaudito dagli astanti e che anche altre aziende non si siano poi discostate molto da questo approccio, mi ha lasciato il veleno nel sangue. Quello che mi provocava più dispiacere era la consapevolezza che queste realtà, grazie anche a questo tacito e scandaloso sfruttamento, accrescano il proprio successo e diventino un punto di riferimento. Anche le altre realtà si sentono legittimate ad operare allo stesso modo, che diventa così la nuova norma. A rimetterci è l’ingenuo neolaureato, che si convince del fatto che questa è la normalità. Ma siamo sicuri che sia “normale”?
Lo stesso discorso si può applicare in musica: gli artisti di oggi sono il punto di riferimento per le generazioni future. Siamo sicuri che i valori portati da chi oggi è punto di riferimento siano sempre ciò di cui i musicisti e la società di domani avranno bisogno? Siamo sicuri che non ci stiamo allontanando dagli ideali di umanità, lealtà, bellezza e dal ripudio per la concorrenza, il culto dell’immagine, l’esibizionismo fine a sé stesso dichiaratamente sostenuti dai compositori del passato? Penso ad esempio alle “Regole di vita musicale” scritte da Schumann; o alle ambizioni di pace e fratellanza di Beethoven. La risposta agli esperti e ai posteri.
